Santuario N.S. Montallegro

Ricordo di Mons. Daneri

Mons. Daneri suona le campane a Montallegro. Di spalle don Cuneo osserva divertito

Ricordando Mons.Giovanni Daneri
5 settembre 2010

Morì tra le mie braccia.
Prima che spirasse riuscii a donargli l’ultimo conforto cristiano possibile: il Sacramento degli infermi.
Mai avrei immaginato che l’uomo temuto, il severo docente di Sacra Scrittura, l’irascibile monsignore si rimettesse, così, inerme nelle mani del più timido dei suoi Curati.
Alla naturale riverenza e al grande timore che avevano caratterizzato l’esperienza pastorale con lui – nove lunghi anni – subentrò, in quei minuti di comprensibile smarrimento, più che la pietà, la tenerezza verso l’uomo che mostrava, nell’abbandono senza alcun riserbo, l’immagine più vera della sua reale debolezza che, bene o male, aveva celato in vita.

Era il primo pomeriggio del 5 settembre 1985.
Riuscii a pregare, insieme al suo medico e grande amico, Francesco Maria Ruffini, suggerendo le invocazioni del “De profundis”.
“Si iniquitates observaveris Domine… se tu guardi le colpe Signore, chi potrà resistere?”…, ma la domanda del Salmista non ebbe risposta. Si stemperò prima in drammatica dissolvenza per aprire poi ad un mondo di ricordi lontani.
Mi rivenne, così, nitido nella memoria, un primo pomeriggio di aprile del 1959.
Dal Seminario, durante la passeggiata domenicale, lungo l’Aurelia in prossimità delle Grazie, improvvisamente ci superò il macchinone nero del comune di Rapallo, con a bordo due persone rivestite vistosamente di rosso vivo: il Vescovo Marchesani e il prelato Giovanni Daneri.
L’ingresso a Rapallo era fissato, infatti, per quel pomeriggio.
Ci venne spontaneo battere le mani al nuovo Arciprete ma, da quel faccione che sapeva più di scalpello che di paziente lavoro di rifinitura da cesello, reso più duro dalla robusta montatura degli occhiali,
nessuna smorfia.
“Meno male – dissi con un profondo sospiro di sollievo - Se ne và!”.
L’anno successivo, infatti, l’avrei avuto insegnante di Teologia…
Forse nessuno di noi sa che già ai tempi in cui don Amandolesi era studente, in Seminario gli fu dato un appellativo dala forte valenza onomatopeica: “Gorgia”.
Ma il Daneri era davvero così duro?
A dire il vero, ad un primo impatto, si rivelava alla stregua dell’improvviso fragore di un uragano o di un grosso temporale di montagna, per ricomporsi subito, nella quiete dopo la tempesta, nel rivolo lacrimoso di un rigagnolo appena percettibile e inoffensivo.
Già la sua corporatura incuteva timore; la forte emotività, poi, incatenata con non poca e sofferta fatica, contribuiva a reprimere i sentimenti grazie al pudore di una umanità sbocciata e cresciuta tra la scorza degli ulivi secolari della sua Breccanecca. Tutto ciò lo rendeva ancora più rude e orso. Era come la scorza degli alberi con bugne e nodi - lo diceva sovente il buon Scazzola “ö l’è ö legnö. ö l’è de Braccanecca” - …ma attenzione: non dimentichiamoci che l’olio estratto dopo il lento calpestio della macina, era buono e profumato.

Mons. Daneri era così!
Uomo dalla paternità ruvida, portato, ma solo in apparenza a nascondere dolcezza e amabilità; sensibile, però, e pronto ad accogliere e servire, senza mai indulgere a plateali manifestazioni, a smancerie, a devozionismi di facile beghinaggio.
Era così il giorno del suo 50° di sacerdozio, quando, durante il concerto in suo onore, davanti alle autorità nella Basilica gremita, si divertì a correggere, con gustosa soddisfazione, le mie parole di indirizzo; non solo: bofonchiò vistosamente affinché la smettessi al più presto.
Era così quando, la vigilia di Natale, una delle tante vecchiette che bussavano timorose alla porta dell’ ufficio parrocchiale gli comunicò che suo marito era morto e che il giorno dopo – inaudito: il 25 di dicembre – avrebbe desiderato la celebrazione della Messa da Requiem.
Dall’alto del telonio dove soleva sedersi, piovvero parole di fuoco e una dura reprimenda sulla povera donna, tacciata subito di ignoranza liturgica: « Ma, cara figlioletta, forse si è dimenticata che domani è Natale? ».
L’indomani mattina, lo sapevamo bene tutti, il calendino fissava la Messa dell’aurora della Natività del Signore, ma d’incanto, alle 7, la celebrazione fu di tutto punto in “die obitus” per il marito della anziana signora.
Liturgisti a parte – sarebbero inorriditi – quel mattino, oltre all’Arciprete già commosso, c’era Gesù Bambino appena nato che sorrideva certamente di gusto.

Era così anche quando, non ancora in auge i patiti di comunione, fortemente contestato e messo alle strette per l’incertezza logorante su decisioni pastorali da prendere con urgenza, lui, l’omone temuto, si fece piccolo, piccolo e mi disse: « Io non so comandare. Me l’ha detto tante volte anche Mons. Maverna!

Lui era così. Rude nel portamento e nelle reazioni immediate.
Aveva, però, il gusto delle cose belle. Intenditore raffinato nell’apprezzare l’arte – sono sue le vetrate della Basilica, dagli azzurri intensi, con tematiche evangeliche e teologiche che varrebbe la pena conoscere e approfondire, anche come lezione di catechismo – è suo il rosone della facciata della chiesa di Carasco, realizzato da un muratore suo amico con cui immancabilmente litigava per poi ricomporsi subito davanti ad un buon bicchiere di vino. Suoi sono gli interni della stessa parrocchiale affrescati dall’amico Neonato.
E sono ancora del Neonato gli affreschi e i bassorilievi della sala della canonica di Rapallo: rivisitazione squisita dell’evento di Montallegro e dei misteri della Vergine.
Suo è anche il medaglione del Quadretto collocato alla base del campanile, espressivo e monumentale richiamo al dono lasciatoci dalla S. Vergine; realizzato, sì come Icona alla base del campanile, material-
mente voluto però - per chi non lo sapesse - per allontanare i cassonetti della spazzatura lì iniquamente collocati da frettolosi ripieghi della Civica Amministrazione di allora.
Aveva ancora il gusto delle cose belle nel raccomandare la conduzione solenne e dignitosa delle funzioni liturgiche.
Erano sue creature i tantissimi ministranti e i fanciulli cantori.
Gustava il bel canto; e lui, in prima persona, sapeva cantare senza sbavature e con voce tonda e modulata.

Dalle sue omelie, proverbiali per i rigorosi tre punti, traspariva sodezza di dottrina, rigore nella preparazione e lucida conoscenza delle realtà del suo tempo.
L’ansia pastorale, spesso non capita e più volte mortificata dai fratelli maggiori, lo spinse a realizzare la Casa della Gioventù, croce e delizia della sua missione pastorale.
A fruirne largamente - lo sappiamo bene - oggi non è soltanto la Parrocchia, ma provvidenzialmente anche le opere sociali della civica collettività.
Burbero e duro, d’accordo, ma intelligente e aperto a tutte le novità positive.
A fine annui ‘70, avevamo introdotto in Parrocchia le “penitenziali” per ragazzi, giovani e genitori.Novità assoluta per Rapallo e i catechisti.Aprire la Basilica alle 21, in prima serata. allora, non era semplice. Complici i sacristi.
L’Arciprete, invece, accolse l’iniziativa di buon grado. Arrivava in Basilica con passo lento, ma puntualissimo..
Era attento alle spiegazioni, rigoroso nell’esaminare lo svolgimento della celebrazione; e questo fino all’ultimo dei suoi giorni.
Gli costava venir giù dal suo appartamento, allora senza ascensore; magari bofonchiava contro chi non sapeva l’atto di dolore, ma alla fine sorrideva intenerito per la bontà delle cose nuove.

Durante i campeggi dei ragazzi e dei giovani, venne a trovarci. Sempre. Claudicante e stanco, come l’anno in cui morì, ma felice – ragazzo tra i ragazzi – permettendo a volte di lasciarsi rivestire, apertamente divertito, nel ruolo di spaventa-passeri durante il finto sonnellino pomeridiano.
Grande esteta qual’era, poi, durante la celebrazione dell’Eucaristia sul prato verde contornato da larici e da abeti, si attardava a contemplare la natura circostante, descrivendola come la più bella cattedrale in cui si apprestava a dire la S. Messa.

Lui era dunque così. Sferzante e pronto alla battuta – famosi i suoi interventi ai “Piccoli Sinodi” dando voce al fantomatico (quanto vero, purtroppo) canonico Bertolone – ma all’occorrenza prudente, paterno e lungimirante nel consiglio.

Le persone che andavano da lui per chiedere luce, trovavano inaspettatamente sensibilità nell’ascolto e saggezza ponderata nelle risposte.
Era uomo di fede, la fede semplice e tenera di un bimbo.
Innamorato dell’Eucaristia, del Mistero dell’Incarnazione, aveva una devozione particolare per la Mamma di Gesù. Ogni volta che ne parlava si commuoveva fino alle lacrime.

Aveva le sue crisi: Non sapeva mascherarle insieme ai suoi momenti di scoramento. Lo si capiva ogni volta che prendeva tra le mani le poesie del Leopardi – ne aveva una raccolta in un volumetto tascabile sempre pronto all’uso.
Conoscendolo come fine letterato, non meraviglia se, in condizioni di sconforto trovasse immediata solidarietà nella sofferenza e nella solitudine fatte lirismo e poesia.
Lungi da noi l’ironia, anche la più sottile, mentre faccio riferimento a queste sue predilezioni letterarie.
Rileggeva e sottolineava.
Ho con me quel piccolo volume. Lo ebbi come gradito regalo dalla sorella Maria. Mi ricorda ancora la sofferenza dell’uomo che cercava nella purezza e nobiltà del linguaggio, non le risposte, ma almeno una parola umanamente espressiva, più idonea forse a dire, a spiegare ciò che solo artisti e poeti riescono a esprimere.
Ma dopo la riflessione leopardiana, lui che era fine letterato, lasciava lentamente lo scranno dell’ufficio parrocchiale e andava a sedersi in prossimità del presbiterio, alla balaustra, con le mani sul capo, chino sul marmo, e lì, dal suo grande corpo emergeva in silenzio la sua disarmante e fragile umanità.
In quei momenti sapeva di essere una povera creatura: un vaso di creta… destinato però a portare un tesoro: la Verità.

In quel lontano pomeriggio del 5 settembre, vedendo morire così l’Arciprete ebbi in dono la grazia di meglio comprendere le conseguenze del mistero dell’Incarnazione nella povertà dei preti..
Il sacerdote con la sua umanità, con i suoi limiti, con le sue fragilità - e solo con la sua povera umanità, con i suoi limiti, con le sue fragilità - custodisce e testimonia la Presenza del Verbo fatto carne.
Sì, noi preti portiamo e custodiamo il Verbo nella fragilità della nostra povera natura. Che mistero!
L’Eucaristia, esaltata dalle liturgie ricche di gestualità, dai fiori, dai canti, custodita nella magnificenza delle grandi cattedrali, resta sempre… il pezzetto di pane… il comunissimo pane di casa… insignificante solo in apparenza, ma Mistero: espressione più alta dell'abbandono del Figlio nella pochezza della natura umana, ma presenza nascosta del Verbo fatto carne.
Anche il sacerdote è pochezza. ma Mistero: lui che ha il potere di implorare l’invio dello Spirito affinché nell’umiltà del pane discenda la presenza di Cristo, è pure lui come il pane: fragile, destinato a deperire, povero, qualche volta discusso, inutile.

Questo mistero, Giovanni Daneri sapeva bene di averlo recepito e custodito nel pieno tormento della sua umanità, ripetendo spesso le espressioni paoline a cui faceva volentieri riferimento: « Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale » (2 Cor. 4, 7-10).

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