Santuario N.S. Montallegro

14 maggio V Domenica di Pasqua

V DOMENICA DI PASQUA 


 

 IO SONO LA VIA, LA VERITA’ E LA VITA

 

 

Gv 14,1-12

Sono gli ultimi momenti che Gesù sta con i suoi discepoli e Gesù li vuole rassicurare, tranquillizzare. Vuol far loro comprendere un paradosso: che la sua morte non sarà una perdita per loro, ma un guadagno; che la sua morte non sarà un’assenza, ma una presenza ancora più intensa. Quindi Gesù, che ha appena annunziato il tradimento di Pietro ai discepoli che sono turbati e sui discepoli sta per abbattersi una tempesta tremenda, Gesù li rassicura che Dio è con lui.

Ecco perché Gesù dice: “«Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me»”. E poi rassicura sull’effetto della sua partenza e dice che “«Nella casa del Padre vi sono molte dimore»”. Qui bisogna comprendere bene questo versetto alla luce poi del versetto 23 quando Gesù dirà: “«Se uno mi ama osserverà la mia parola  e il Padre mio lo amerà  e noi  verremo a lui e faremo dimora presso di lui»”. Non si tratta qui di una dimora presso il Padre, ma del Padre che viene a dimorare tra gli uomini. Questa è la novità, la grande novità proposta da Gesù: non c’è più un santuario dove si manifesta Dio, ma in ogni persona che lo accoglie, lì Dio si manifesta.

Quindi il Dio di Gesù è un Dio che chiede di essere accolto per fondersi con la persona, dilatare la sua capacità d’amore. Questa sarà la sua dimora. Ma perché Gesù parla di “molte dimore”? Perché, essendo Dio amore, l’amore non si può esprimere e manifestare in una forma sola, ma in molteplici forme quanto molteplici sono le nature degli uomini, le loro situazioni. Poi Gesù continua questa rassicurazione dicendo che dove lui è saranno anche loro, cioè nella sfera della dimensione divina, nella sfera dell’amore.

E qui Gesù viene interrotto da uno dei discepoli, Tommaso, che chiede, letteralmente: “«Non sappiamo dove t’incammini»”. E’ un verbo che indica un cammino senza ritorno. Lui non capisce come la morte possa avere degli aspetti positivi. E Gesù risponde con un’affermazione solenne, importante: “«Io sono»”, quindi rivendica la condizione divina, “«La via»”, cioè un cammino verso qualcosa e questo cammino è verso “«la verità»”. Gesù non afferma di avere la verità, Gesù non dice: “Io ho la verità”, ma “Io sono la verità”.

E non chiede ai discepoli di avere la verità, ma di essere la verità. Grande è la differenza. Chi ha la verità, per il fatto stesso di possederla, si ritiene in grado di giudicare, e condannare chi non la pensa come lui. Essere nella verità significa essere inseriti nello stesso dinamismo d’amore di Dio che vede il bene dell’uomo come valore assoluto. Essere nella verità significa non separarsi da nessuno, ma essere accanto a tutti in un atteggiamento d’amore che si trasforma in servizio.

La verità è un dinamismo divino che non si può esprimere attraverso formule dottrinali, ma soltanto attraverso un’offerta d’amore e comunicazione di opere d’amore. E al finale c’è “la vita”. Chi segue Gesù in questo cammino ed è come lui verità, arriva verso la vita indistruttibile, la pienezza della vita.

E poi Gesù dice ai discepoli: “«Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre»”. Stranamente non dice “lo conoscerete nel futuro, ma Gesù afferma: “«Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto»”. Dov’è che i discepoli hanno veduto e conosciuto il Padre? Nella lavanda dei piedi. Gesù, che è manifestazione visibile di Dio, ha mostrato chi è Dio: amore che si fa servizio.

Allora, più autentica è l’adesione a Gesù, facendo della propria vita amore e servizio per gli altri, e più grande sarà la conoscenza del Padre. E qui c’è un altro discepolo, questa volta Filippo; lui non capisce come in Gesù si possa manifestare Dio e replica: «Mostraci il Padre e ci basta»”. Ecco l’importante rivelazione di Gesù: “«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me,  ha  visto  il Padre»”.

Al termine del prologo a questo vangelo, Giovanni aveva fatto un’importante dichiarazione: “Dio nessuno lo ha mai visto, solo il figlio ne è la rivelazione”. Cosa significa questo? Che non Gesù è uguale a Dio, ma Dio è uguale a Gesù. L’evangelista invita a sospendere il pensiero su Dio, la conoscenza di Dio e a centrarsi su Gesù. Tutto quello che Gesù fa e dice, tutto questo è Dio.

Quindi tutte le idee, le immagini, i pensieri, le conoscenze che uno ha di Dio, e non li riscontra in Gesù, devono essere eliminati perché sono incompleti o falsi. Gesù è molto chiaro: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. E qual è questo Padre che si manifesta in Gesù? Amore che si fa servizio, come abbiamo visto nella lavanda dei piedi.

E Gesù, di fronte all’incredulità dei discepoli, dice loro che, se non gli vogliono credere per le sue parole lo credano almeno per le opere. Le opere – e le opere di Gesù sono tutte azioni con le quali lui comunica e arricchisce la vita degli altri – sono l’unico criterio di credibilità. Il finale è espresso in formula solenne, con l’Amen, Amen, cioè “«In verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che  io compio»”, le opere di Gesù sono tutte comunicazioni vitali per gli altri e poi Gesù dice – e può sembrare sbalorditivo,   “«ne  compirà  di più  grandi  di queste,  perché  io  vado  al Padre»”.

Come si fa a compiere azioni più grandi di Gesù? Gesù non ha potuto rispondere a tutti i bisogni dell’umanità, ed è nella comunità dei discepoli che si rifà al suo nome e mette come unico valore assoluto della propria esistenza – l’unico e sacro – il bene dell’uomo, una comunità che si mette in questo dinamismo dell’ “essere verità”, quindi non di avere la verità per giudicare gli altri, ma di essere per avvicinare tutti, questa è una comunità dove l’azione divina crescerà e sarà in misura traboccante a favore degli altri.

Dice Gesù: “Tutto questo sarà perché io vado al Padre”, perché lui collabora con loro. Quindi Gesù li rassicura che la sua morte non sarà un’assenza, ma una presenza ancora più intensa e vivificante.

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