Santuario N.S. Montallegro

9 luglio XIV Domenica T.O.

XIV TEMPO ORDINARIO

 

 

 IO SONO MITE E UMILE DI CUORE

 

Mt 11,25-30

 

Dopo il lamento di Gesù sulle città della Galilea che hanno rifiutato il messaggio del Regno, e l’hanno rifiutato perché sono città dominate dalla sinagoga, dall’insegnamento degli scribi e dei farisei, Gesù benedice invece quelli che lo hanno accolto.

Matteo 11, 25. “In quel tempo”, quindi l’evangelista lega questo che adesso presenta con quanto precede il lamento di Gesù, “Gesù disse: «Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»”.

Chiariamo subito che Gesù non prende posizione contro il sapere, contro la cultura, tutt’altro. I sapienti e i dotti sono i dottori della legge, il magistero ufficiale di Israele, quelli che già hanno condannato Gesù come bestemmiatore. Perché Gesù dice che il Padre a loro ha nascosto queste cose? Perché il Dio- amore è nascosto ai cultori della legge.

Chi è abituato a rapportarsi alle situazioni, agli avvenimenti, alle persone, in base a un codice, in base a una legge, non può comprendere il volto di un Dio che è amore, un Dio che crea l’uomo e ama e difende la sua creatura. Quindi il criterio di interpretazione della scrittura, della Bibbia e della parola di Dio, deve essere il bene dell’uomo. Chi invece ne fa una dottrina, una legge, nella quale l’osservanza di comandamenti, di precetti, è più importante del bene dell’uomo, ebbene queste persone rischiano di avere come un velo davanti agli occhi che impedisce loro di scoprire il disegno d’amore di Dio sull’umanità.

“«E le hai rivelate ai piccoli»”. Il termine indica i semplici, cioè le persone che non hanno difficoltà ad accogliere un Dio-amore perché è di questo che hanno bisogno. “«Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza»”. Quindi Dio ha deciso che il criterio per conoscerlo è l’amore, non la legge, non la dottrina.

“«Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il    Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo»”. Cosa vuol dire Gesù con questa espressione così importante? Gesù è stato presentato dall’evangelista fin dall’inizio del suo vangelo come il “Dio con noi”, un Dio che non è da cercare, ma da accogliere.

E, accogliendo questo Dio, andare con lui e come lui, non verso Dio, ma verso gli uomini. Quindi con Gesù Dio si è fatto uomo, e questo è l’unico valore sacro, l’unico valore importante, l’unico traguardo nella vita del credente. E perché Gesù dice che nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo? Il verbo “rivelare” significa togliere quello che impedisce di vedere, cioè la legge. La legge impediva di conoscere l’amore del Padre.

E invece il criterio per accogliere Gesù e per comprendere il Padre è mettere nella propria vita come unico valore assoluto, come unico valore sacro, il bene dell’uomo. E detto questo Gesù, dopo aver preso la distanza da questi sapienti, da questi dotti, che fanno della legge un piedistallo per dominare il popolo, Gesù si rivolge proprio a quelli che sono dominati, gli oppressi.

Ed è un invito di una forza, di una tenerezza incredibile. “«Venite a me voi tutti»”, Gesù invita tutti quanti, “«che siete stanchi e oppressi»”. Stanchi e oppressi per quale motivo? Per via del carico della legge, che non gliela fanno ad osservare tutte queste regole, tutte queste dottrine, tutte queste imposizioni. E questo li stanca, li opprime perché l’osservanza di tutte queste regole, che non riescono praticare, li fa sentire sempre in colpa, sempre in debito nei confronti del Signore.

Ed ecco l’annunzio di Gesù: “«E io vi darò ristoro»”. Il verbo adoperato dall’evangelista “dare ristoro” significa “far riposare, far cessare la fatica”, cioè recuperare il fiato. E’ Gesù che dice “Io sarò il vostro respiro”. Quindi quanti sono oppressi da un rapporto con Dio che non riescono a portare avanti per via delle troppe leggi e regole, Gesù dice “accogliete me, io sarò il vostro respiro. Io sarò quello che vi darà fiato”.

E infatti Gesù continua: “«Prendete il mio giogo»”. Il giogo, lo sappiamo, è l’attrezzo che si metteva sopra agli animali per dirigerli nel lavoro. Ebbene, l’osservanza della legge divina era chiamata “giogo”. Era una legge impossibile da osservare. Anche Pietro negli Atti degli Apostoli, quando vogliono imporre queste leggi anche ai pagani, Pietro dice: “Perché continuate a tentare Dio volendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare?”

Quindi è un fallimento. Questa dottrina, questa imposizione è stata un fallimento perché nessuno è riuscito a seguirle e questo ha fatto sentire sempre l’uomo in colpa, in debito nei confronti di Dio. E quando ci si sente in colpa non si può sperimentare il suo amore.

Allora Gesù dice: “«Prendete il mio giogo sopra  di  voi  e  imparate  da  me  che  sono  mite  e  umile  di  cuore»”. Gesù qui non sta dicendo di imitare le qualità del suo carattere – una cosa impossibile avere il carattere e le qualità di Gesù. La mitezza e l’umiltà di Gesù non si riferiscono al carattere, alla qualità di una persona, ma alla condizione sociale.

Nella beatitudine “beati i miti”, essi erano i diseredati, gli ultimi della società, e gli umili, in greco tapinos, sono coloro che sono insignificanti. Gesù ha fatto una scelta: s’è messo a fianco degli ultimi, degli invisibili, delle persone insignificanti. Quindi questo si può fare. E cosa significa? Non escludete nessuno dal raggio d’azione del vostro amore.

Non cercate le persone importanti, quelle ai primi posti, ma mettetevi a fianco degli ultimi, perché è lì che sono io. Quindi, “«imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita»”. Quindi Gesù ci invita a orientare la nostra vita al servizio degli altri e in questo c’è il respiro, quello che dà animo e forza all’esistenza del credente.

E Gesù conclude rinnovando l’invito. “«Il mio giogo»”, quindi non il giogo della legge, ma il suo giogo, e il giogo di Gesù sono le beatitudini, cioè un invito a tutto quello che concorre alla piena felicità dell’uomo. “«Il mio giogo infatti è dolce»”, letteralmente “buono”, “«e il mio peso leggero»”. Ed è un peso leggero perché non ci sono regole da osservare, ma un amore da accogliere.

Non una dottrina da accettare nella propria esistenza, ma un Gesù che chiede di essere accolto per fondersi con l’uomo, dandogli la sua stessa capacità d’amore.

 

 

 

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