Santuario N.S. Montallegro

Valle dei sette mulini

 

Risale al Seicento il complesso molitorio di S. Maurizio di Monti
 
 di Emilio Carta
  
 
Le memorie che quasi con spirito fanciullesco il visitatore si ritroverà dopo una visita alla “Valle dei sette mulini” sono pars di un percorso culturale che viaggia di pari passo in uno stretto connubio fra uomo e ambiente fornendo al contempo anche dati importanti legati alla storia della popolazione ligure. Una “gens” stretta fra monti e mare e, perciò, costretta a rubare spazio ad una natura spesso matrigna per la propria sopravvivenza superando con l’ingegno difficoltà apparentemente insormontabili.
Sotto questo aspetto vanno ricordate le fasce, una vera e propria muraglia cinese realizzata dai contadini in secoli di disumana fatica, gli attrezzi agricoli strettamente legati al territorio ed alle coltivazioni locali e quindi prettamente autoctoni e, appunto, i complessi molitori.
Destinati soprattutto alla lavorazione ed alla conservazione di prodotti come grano, olio e castagne, questi manufatti, che sfruttavano la forza motrice dell’acqua, hanno rappresentato, riuscendoci pienamente, il primo passaggio da un’economia rurale d’ambito prettamente familiare ad una fase più avanzata di carattere comunitario e sociale.
La coltivazione dell’ulivo e del grano ed i castagneti – senza dimenticare fichi ed erbe selvatiche e, in campo animale, le mucche – hanno, infatti, rappresentato per secoli le principali, se non uniche, fonti di sostentamento della popolazione rurale del nostro entroterra.
 Quando arrivi in fondo a via Gropallo, nella vallata di San Maurizio di Monti, percorrendo una stretta stradina che scende a destra della carrozzabile che porta a Montallegro, la prima impressione è quella di un ritorno all’antico di almeno duecento anni, come lascia immaginare la foto ingiallita del vecchio proprietario, il capitano garibaldino Giovanni Pendola.
Ma è una sensazione sbagliata perché quei rustici, contigui l’uno all’altro, col ruscello che opportunamente deviato scende dalla collina sino a riempire un vascone in pietra, risalgono addirittura al tardo Seicento.
Ma le sorprese non finiscono nell’esteriorità delle pietre a vista di quei casolari o della grande ruota mossa dall’acqua perché all’interno, con una cura quasi maniacale per i particolari, ritrovi due vecchi mulini perfettamente funzionanti per la macina sia delle castagne sia dei cereali ed anche un frantoio per le olive e, poco più in là, un’esposizione museale di attrezzi agricoli da togliere il fiato.
A creare tutto questo è stato un appassionato rapallese, Paolo Pendola, che, per non disperdere un patrimonio culturale che altrimenti rischiava di scomparire definitivamente, non ha esitato a rimettere in sesto quell’importante complesso molitorio nel nome di un’associazione culturale denominata “La cipressa”.
Il complesso molitorio è posizionato lungo l’antica via del sale di Fossato di Monti e questo spiega la sua imponenza: dal rio Chiazzo, che poi si immette nel torrente San Francesco, l’acqua raccolta in un grande vascone in pietra, per caduta dà la forza motrice all’intero complesso consentendo la movimentazione meccanica delle grandi mole.   
E’ stato un lavoro durato diversi anni ed ora finalmente questo progetto di salvaguardia storico e documentale si è finalmente concretizzato. Oggi sono possibili visite guidate al complesso molitorio e, insieme, al museo dell’arte contadina e gli edifici sono stati inseriti nei loro siti d’interesse da parte del Fai.
L’attuale proprietario del complesso, Paolo Pendola, è l’erede di quel capitano garibaldino, Giovanni Pendola, che, curiosamente, non morì in battaglia ma per prestare soccorso ai genovesi durante una terribile epidemia di colera. A disposizione dei visitatori c’è anche un piccolo catalogo illustrativo.
“A cipressa”, come detto, risale al Seicento e comprende due mulini per la macina delle castagne e del mais, un frantoio per le olive nonché la casa del mugnaio ed una grande vasca in pietra per la raccolta “a caduta” dell’acqua dalla vicina sorgente ed agire da forza motrice.
Lo scenario che si presenta è mozzafiato. E’ un vero e proprio tuffo all’indietro di alcuni secoli e, con un po’ di fantasia, è persino possibile immaginare una cordata di muli risalire l’antico acciottolato, diretti verso il passo e la Fontanabuona.
 Ora il risultato di questo recupero è a disposizione di tutti per visite guidate, anche didattiche, previo appuntamento. Per eventuali informazioni e visite al museo occorre telefonare ai numeri 340-85.08417 oppure 0185-51.032».
 
 
 
 La scheda
 
Il sito si presenta come un punto di incontro non casuale fra le popolazioni della costa e dell’interno. Lo attestano la sua posizione di centralità lungo la Strada antica di Monti che si snodava in parte seguendo la Via del sale, e diversi elementi che ne documentano vitalità ed importanza strategica: l’acciottolato ancora visibile lungo il sentiero, il bel ponte ad arco unico che supera il rio Chiazzo.
All’esterno, i vari edifici che compongono il complesso molitorio mostrano i segni di un amorevole quanto severo recupero mentre all’interno i tipici macchinari destinati alla frammentazione dei prodotti della terra sono supportati da un sobrio quanto ammirevole museo di civiltà contadina. Anche la soprastante abitazione del vecchio gestore ha un suo fascino tutto particolare grazie all’ambientazione che ripropone i mobili dell’epoca.
I pezzi museali, in parte illustrati attraverso una pubblicazione “ad hoc”, sono inoltre corredati da semplici quanto chiare schede didattico-illustrative.
A questo punto manca solo il cantilenante mormorio delle cascatelle d’acqua e dei macchinari idraulici all’opera. Ma ai cuori più sensibili non potrà sfuggire il loro rumoroso silenzio, del tutto simile a quello delle carovane di muli che fino alla prima metà del Novecento risalivano lentamente il sentiero.
 
Per gentile concessione : Dalla guida turistica Wellcome Tigullio
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